2) monografico: genere epico-didascalico: Flashcards

1
Q

sul genere:

A

Il genere didascalico permetteva la trattazione di argomenti tecnici e scientifici usando la letteratura, secondo un connubio ai nostri occhi strano.

Nel mondo antico tuttavia il testo è maestro universale, e quindi può anche farsi portatore di conoscenza. Nel caso del genere didascalico questo diventa un obiettivo dichiarato dell’autore, con fusione della funzione poetica, referenziale e conativa.

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2
Q

sul genere didascalico in Grecia:

A
  • Esiodo (VIII/VII sec. a.C.) con Teogonia e Le opere e i giorni
  • Senofane, Parmenide, Empedocle, che scrivono tutti un Περί φύσεως. Empedocle nello specifico è elogiato da Lucrezio come un profeta, quasi un dio.
  • Archestrato, che scrive l’Εδυπάθεια, ricette sotto forma di epica
  • Arato di Soli, con il Phenomena, la trasposizione poetica di un trattato con l’aggiunta di digressioni e catasterismi
  • Nicandro su veleni e antidoti
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3
Q

genere didascalico a Roma:

A
  • Ennio con l’Epicharmus e l’ediphagetica
  • Accio con i Pragmatica e Parerga
  • Volcacio Sedigito col De poetis

Dal 1° secolo a.C.. in poi la trattazione è principalmente incentrata sulla natura:
* Egnazio
* Sallustio con Empedoclea
* Cicerone con gli Aratea
* Lucrezio col De rerum natura
* Varrone Atacino
* Emilio Maacro
* Vario Rufo col De morte
* Virgilio con le Georgiche

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4
Q

vita e contesto di Lucrezio:

A

Di questo autore riferisce notizie biografiche principalmente San Girolamo, fonte poco attendibile in virtù del suo astio verso i pagani. Il santo fornisce date di vita tutto sommato corrette, nella prima metà del primo secolo a.C.. il 98 potrebbe essere la nascita e come anno di morte il 54 a.C.
Contemporaneo di Catullo e Cicerone, vive in una Roma devastata dalla crisi della Repubblica, in un contesto dove la politica viveva una grande instabilità.

San Girolamo sostiene che Cicerone sarebbe stato l’editore del De rerum natura. Questo ci indicherebbe che l’opera è uscita postuma, anche se la critica tende a non dare credito a questa notizia, reputando che se anche Cicerone avesse messo mano all’opera, si tratterebbe di modifiche leggere. Ancor meno degna di credito è la modalità di morte di Lucrezio: egli, filosofo della ratio, sarebbe impazzito e morto suicida in seguito all’ingerimento di un filtro d’amore. Questa modalità di morte farebbe riferimento alla morte narrata alla fine del 4° libro del De rerum natura.
Alla luce di queste informazioni poco affidabili, bisogna ricavare da altro le informazioni.

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5
Q

il concetto di ‘pietas’ per Lucrezio:

A

L’autore, epicureo, descrive questo tempo come un grande tempo di dolore, a cui cerca di far fronte con la propria dottrina, alla ricerca della pietas. La pietas è citata sia da Catullo, che trova una pietas individuale nel rispettare il suo patto d’amore con una donna sposata (di fatto qualcosa di molto lontano dalla pietas), mentre Lucrezio cerca la pietas e la serenità nella contemplazione della natura e la ricerca delle cause dei fenomeni naturali.

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6
Q

Cicerone su Lucrezio:

A

Altro autore contemporaneo, Cicerone, parla dell’opera di Lucrezio nella lettera II X 3 al fratello Quinto: egli dice di aver letto l’opera di Lucrezio, e di avervi trovato i lumina dell’ingenium e dell’ars. Lucrezio è quindi per lui un poeta dotato.

Questo parere è molto importante, perché Cicerone dimostra apprezzamento nei confronti di un poeta che appartiene ad una dottrina -l’epicureismo- da lui aborrita.

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7
Q

temi del De Rerum Natura:

A

L’opera ha lo scopo di descrivere la natura secondo la visione epicurea. Epicuro infatti, dalle opere frammentarie che ci rimangono, aveva scritto un Περι φυσεος, anche se il De rerum natura non sarebbe la semplice riscrittura di questa sola opera, ma un insieme di più opere, anche perché siamo quasi certi che non esistesse un’unica fonte epicurea che mettesse insieme la fisica, l’antropologia e altre questioni naturali.

Nell’opera latina invece tutti questi argomenti sono trattati, ma non solo, sono anche molto uniti fra loro. Nell’autore vi è questa continua analogia fra la dottrina degli atomi e la lingua, il cui funzionamento viene equiparato a quello della natura.

Questo lo dimostra il termine usato per tradurre il concetto di atomus, il termine greco, ovvero gli elementa, ovvero al più piccola particella non divisibile. Questi elementi primari, combinandosi in vari modi, danno luogo alle cose, e questo il poeta cerca di ricondurlo anche alle parole e alla lingua: come la parola lignis, che indica la legna, che contiene al suo interno la parola ignis, fuoco, perché anche nella realtà il fuoco si trova nella legna.

Nell’opera l’autore si prefigge di liberare gli esseri umani dalla paura che li domina, attraverso i quattro principi fondamentali dell’epicureismo, il cosiddetto tetrafarmaco.
1. Il primo principio è che gli dei non devono essere temuti. Questo perché gli dei non comunicano con gli uomini, non hanno contatto con loro
2. Il secondo principio è che la morte non va temuta
3. Il terzo è che il piacere, ovvero il fine a cui tende l’epicureismo, è facilmente raggiungibile
4. Il quarto è che il dolore è in realtà facilmente sopportabile.
DMPD
L’epicureismo è una filosofia eudemonologica, ovvero una filosofia che mira alla felicità.

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8
Q

dedicatario dell’opera:

A

Il destinatario dell’opera è Gaio Memmio, a cui l’autore si rivolge da subalterno, e che conosciamo anche dal carme 10 di Catullo, dove viene chiamato praetor irrumator: una persona prepotente, truffaldina, al cui seguito però vanno sia Lucrezio che Catullo in un viaggio in Bitinia.

Da Cicerone su di lui sappiamo del suo fare poco onesto, oltre che fosse molto greve come persona, tanto che aveva avuto l’idea di comprare la casa di Epicuro, per distruggerla e costruirci sopra una villa.

Lucrezio gli dedica l’opera, anche se si tratta di un destinatario fittizio, dal momento che il vero destinatario sono le classi nobili e colte. Queste persone avevano secondo lui bisogno di avviarsi a questa nuova dottrina. L’ispiratore dell’opera è ovviamente Epicuro, che svolge nell’opera il ruolo che in altri poemi è svolto dalle muse.

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9
Q

stile di Lucrezio:

A

A livello stilistico l’autore tende ad uno stile molto arcaicizzante, seguendo il modello di Ennio, elogiato nel 1° libro dell’opera, per come ha saputo scrivere.

Allo stesso tempo è condannato perché si sarebbe fatto portatore di idee false, e per citarle fa riferimento al proemio degli Annales, dove Ennio riporta la descrizione dell’Acheronte. Il motivo di questo elogio/condanna è dato dallo scopo che Lucrezio assegna alla poesia, che per gli epicurei tendenzialmente era uno strumento poco chiaro e che faceva leva sullo straniamento delle figure retoriche, a cominciare dalla metafora, e quindi inadatto alla descrizione e alla trattazione della natura.

Lucrezio per questo spiega con cura perché abbia scelto la poesia: l’insegnamento che lui sta somministrando alle classi colte è qualcosa di amaro che va contro quello che avevano sempre imparato, e viene introdotta l’immagine della tazza cosparsa di miele per dare al bambino la medicina amara.
Lo stile del pater Ennius viene dunque usato come “esca” rassicurante per le classi colte, a cui era familiare.

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10
Q

struttura dell’opera:

A
  1. Il I libro descrive l’esistenza, il comportamento e il movimento degli atomi nel vuoto
  2. Nel II libro si trattano proprietà e funzionamento degli atomi
  3. Il III libro è dedicato a descrivere come sia fatta l’anima e a dimostrare che l’anima è mortale
  4. Il IV libro prosegue la trattazione dell’anima, spiegando come funzionino le percezioni e altre funzioni vitali, si parla poi dei sogni e della passione amorosa. Questi ultimi due libri sono dedicati dunque alla psicologia epicurea, che si affianca all’iniziale trattazione di fisica
  5. Il V libro ricostruisce la storia del mondo e dell’uomo, designandone un inizio e una fine, e ricostruendone la storia
  6. Il VI libro parla dei fenomeni naturali di vario genere, come terremoti e altri fenomeni meteorologici, fino a concludersi con le malattie e la descrizione della peste di Atene letta da Tucidide. Il racconto permette di vedere come si rapporta l’uomo alla morte in un periodo in cui l’epicureismo non esisteva. Questi ultimi due libri danno la possibilità di trattare la cosmologia epicurea.

In generale i libri dispari creano le basi di cui vengono poi trattate le conseguenze nei libri pari.

Una simile struttura ha ricevuto varie letture, come un passaggio dall’infinitamente piccolo e invisibile (l’atomo) all’infinitamente grande (il cosmo); altri suggeriscono che l’opera sia centrata nella diade intermedia, che tratta principalmente l’essere umano.

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11
Q

Lucrezio come ‘vates’:

A

Inoltre l’autore mira ad una integrazione dei temi cosmologici, fisici e soprattutto etici. Consapevole dell’impatto che la filosofia epicurea può avere nelle persone, egli si investe del ruolo di vates, profeta, parola che in latino oscilla sempre fra la figura dell’indovino vero e proprio e quella del poeta.

Varrone reatino faceva risalire l’etimologia di vates o a versibus – o da vis mentis, e quest’ultima si trova in Lucrezio per esprimere la propria ispirazione poetica ed entusiastica, cioè l’invasamento da parte del Dio. In questo caso il poeta è però invasato da Epicuro.

In questo però abbiamo una certa continuità con la poesia di Empedocle, che si autorappresentava come il poeta ispirato, una sorta di asceta/profeta. Nel dare però tanta importanza alle ricadute etiche del pensiero epicureo

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12
Q

differenze con la poesia didascalica alessandrina:

A
  • Lo scarto più evidente dell’opera rispetto al suo genere è che il genere si dà un compito che non è il suo, e che è di competenza dell’epica maggiore, il cui scopo è quello di celebrare le imprese degli eroi. Di fatto anche Lucrezio presenta la sua opera in questi termini, dove l’eroe è Epicuro.
    In tal senso si può prendere in considerazione la descrizione del sacrificio di Ifigenia nel primo libro, che, nella sua viltà, è funzionale all’elogio di Epicuro, che segue immediatamente, celebrato negli stessi termini con cui Omero parla dei suoi eroi. Viene infatti descritto il duello fra la religio, la superstizione, ed Epicuro, che risulta il vincitore.
  • Nel dare però tanta importanza alle ricadute etiche del pensiero epicureo, Lucrezio sembra allontanarsi molto dalla concezione di poesia didascalica avuta dagli alessandrini, cioè di un mero esercizio letterario fatto per divertire il lettore nobile.

Anche l’uso delle digressioni e degli exempla, normalmente utilizzati per distrarre il lettore, si legano sempre fortemente al testo, per dimostrare con maggiore forza quello che è stato detto.

  • Altro elemento di scarto rispetto alla poesia didascalica ellenistica, che tendeva a parlare di aspetti tecnici e astrusi, conditi col meraviglioso per propinare più facilmente al lettore le informazioni, è proprio l’abbandono del fantastico.
    Lucrezio invece vuole descrivere la natura oggettivamente, evitando questo fattore di meraviglia, il mirari, perché ciò che va contro il pensiero comune può generare dubbio e spingere l’uomo a pensare che la causa a monte sia qualcosa di divino.
    Lucrezio cerca anzi di spiegare tutti quei fenomeni meno immediati da capire, come il magnetismo, riconducendo tutto alla natura.
    Anche la letteratura, come i grandi racconti mitici, vengono ricondotti alla natura e ai suoi fenomeni.
    Come Arato di Soli egli tratta argomenti già noti agli alessandrini, ma non mira al delectare ma al docere e flectere. Diventa quindi uno strumento a servizio del contenuto, mai contro di esso, cercando di spiegare talvolta come alcuni argomenti fossero ostici da trattare in latino, una lingua che rispetto al greco aveva meno strumenti per trattare la materia filosofica.
    Come Esiodo il suo insegnamento è etico, anche se secondo una visione più complessa e integrale della vita.
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13
Q

confronto fra Lucrezio ed Empedocle:

A
  • abbiamo una certa continuità con la poesia di Empedocle, che si autorappresentava come il poeta ispirato, una sorta di asceta/profeta.
  • Lucrezio si allontana dall’autore greco nell’uso della metafora, frequentissimo in Empedocle, e dell’uso altrettanto frequente dell’analogia, che invece è preferita in Lucrezio. Il fine è quello di dimostrare quello che riesce meno evidente all’occhio.
    Lucrezio inoltre trasforma spesso la metafora in realtà: nell’opera questo viene attuato attraverso l’analogia, come nel libro 4°, dove l’immagine per esempio della ferita d’amore viene trasformata in una analogia e usata per descrivere il processo fisiologico dell’amore.
    Questo ha anche lo scopo de demitizzare i miti, dandone una lettura razionale.
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14
Q

struttura del 3° libro del DRN:

A
  • Vv 1-93 introduzione: proemio (1/30) e sillabo (31/93)
  • Vv 94/829 argomentazione: 94/416 > l’anima è materiale e 417/829 > l’anima è mortale
  • Vv 830/1094 conclusione: la morte non è da temere
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15
Q

modelli:

A
  • Un primo modello di Lucrezio è quello della diàtriba, ovvero una forma simile all’omelia, ovvero alla predica, che alcune correnti filosofiche, nello specifico stoicismo e cinismo, portavano avanti in forma orale di fronte alla gente, quasi fossero sermoni popolari.
    Questa vicinanza si nota nel ricorso a certe figure retoriche e immagini tipiche della diatriba e che Lucrezio appunto riprende in funzione psicagogica (volta a guidare le anime e convertire l’uditorio).
    La diatriba ebbe un influsso fondamentale su due autori tradizionalmente protagonisti di un epistolario: Seneca e San Paolo. Anche il genere della consolatio presenta caratteristiche simili, come si nota in quelle di Seneca e Cicerone, che hanno il fine di dimostrare che la morte non è un male tanto terribile.
  • Il libro sviluppa quindi i temi della seconda massima capitale di Epicuro, che afferma che la morte non rappresenta nulla per l’essere umano.
    Il tema della mortalità dell’anima era trattato da Epicuro, anche se in maniera più sintetica rispetto a Lucrezio, nella lettera a Erodoto (pp 63 e 68).
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16
Q

come comincia il 3° libro?

A

Il libro si apre con un elogio di Epicuro, qui celebrato come lo scopritore delle cose come stanno veramente, e come uomo che ha avuto grande impatto sulla felicità umana, perché conoscere la verità rende felici.

La sua celebrazione si rifà allo stile innologico, come fosse una divinità; d’altra parte nel proemio del 5° libro viene direttamente presentato come una divinità: da qui lo stile molto alto. Vengono usati elementi sia enniani che omerici, inoltre tipici dell’inno troviamo l’interiezione “O” e il Du Stil (espressione tedesca traducibile come stile del tu). L’interiezione per altro è tradita dalla maggior parte dei codici.

17
Q

finale del 3° libro:

A

In questo punto si ci concentra maggiormente sull’aspetto della predica pubblica dei concetti maggiormente in voga nelle varie scuole filosofiche. Se quindi nella parte centrale del libro il poeta si concentra maggiormente sull’educazione di chi legge, questa parte finale ha il fine ultimo di persuadere il lettore.

Questo fare persuasivo si trova nella diatriba, in Cicerone, e diffuso è lo strumento retorico della prosopopea: si tratta del dare voce umana o a una figura astratta o a qualcuno che non c’è più.

18
Q

principale differenza fra epicureismo e stoicismo:

A

la filosofia epicurea è una delle scuole filosofiche che meno incita al suicidio, perché il suo scopo è affermare che la vita sia bella e sia semplice trarne felicità, a differenza degli stoici.

19
Q

finale del libro:

A

In questa parte finale del libro Lucrezio dimostra la non esistenza dell’inferno, mentre sarebbe la vita umana sulla terra a rappresentare il vero inferno. Gli antichi, compresi Seneca e Cicerone, criticavano Epicuro per aver confutato le credenze romane sull’oltretomba, credenze già poco seguite, e quindi inutile da trattare.

In realtà abbiamo ragione di credere che la gente comune credesse ancora molto negli inferi.

Quella di Lucrezio dunque non è tanto una confutazione contro chi crede negli Inferi, ma è poco più che una lettura allegorica dei miti, riguardante i grandi dannati dell’inferno. Questa lettura allegorica non è molto diversa da quella di Platone e suoi seguaci nell’affrontare i testi omerici. Di fatto anche l’Assioco, dialogo attribuito a Platone, cita i dannanti con interpretazione allegorica della loro figura.

Le rappresentazioni del mondo infero sono numerose ovviamente in letteratura e nelle arti visive, famosi i casi della discesa agli inferi di Odisseo nell’11 libro dell’Odissea o la rappresentazione degli Inferi di Polignoto tramandata da Pausania.

20
Q

la figura di Sisifo:

A

Sisifo è un personaggio famoso per la sua astuzia, con la quale cercava spesso di imbrogliare gli dei; una tradizione fa addirittura di Sisifo il vero padre di Odisseo. Uno degli inganni di Sisifo coinvolge la morte, incatenata dall’uomo per evitare che uccidesse ancora.

Gli dei lo puniscono costringendolo a spingere un sasso fino alla cima di una montagna, destinato a rotolare puntualmente a valle poco prima della fine della salita.

La figura di Sisifo è qui usata qua per criticare l’ambizione politica, forse Lucrezio si riferisce a Gaio Memmio, personaggio dalla brillante carriera politica. Per gli epicurei era invece importante allontanarsi dalla vita politica.
Molti interpreti leggono il passo come semplice condanna dell’ambizione, ma probabilmente oltre a ciò Lucrezio vuole indicare che il potere non è mai veramente tale, e presto o tardi andrà abbandonato: più si è in alto e più la caduta è rovinosa quando si abbandona il potere.

Il potere è espresso dai fasci e le scuri, che simboleggiano il potere di dare dolore (i fasci per frustare) e la morte (le scuri per decapitare i condannati).